Ci siamo incontrate di nuovo, nel cantuccio di un bar, come due vecchie amiche che devono aggiornarsi perché troppo tempo sono state lontane. Siamo invecchiate, è vero, ma lei in modo elegante e lento, è giovanile e solare. Ci conosciamo dai tempi del Liceo Classico, era la mia insegnante di italiano. E ora è la mia prima fan, ha detto, ecco perché ha accettato di buon grado l'invito a parlare di scrittura. E cos'altro altrimenti?
Abbiamo discusso di donne in particolare, di come affrontano il lavoro, gli impegni familiari, lo scorrere inesorabile del tempo e di libri, che leggiamo avidamente, prestiti bibliotecari. Abbiamo molto in comune.
Diceva la mia interlocutrice, come ogni anima greca intende, che tutto ciò che mi serve sta già dentro di me, che non ho bisogno di appoggio esterno o particolari riconoscimenti, tantomeno quelli attuali dei social. La vita reale già mi ha ricompensato di sforzi, fatiche e barriere, ora devo lasciarmi andare a scrivere. Cosa? Tutto quello che mi viene in mente, mi attraversa, mi pervade in un qualsiasi momento della giornata, perché sono nata per quello.
Ho cinquant'anni, lavoro famiglia figli certo sommergono la mia quotidianità, ma posso anche pensare a pubblicare di nuovo, cosa aspetto?
Aspetto che il mondo si accorga dei miei pensieri, dei miei articoli, della mia capacità se per caso esiste veramente. Non è così, dice lei, perché devo testimoniare come si vive a scuola adesso, cosa significa insegnare, che valore assume la conoscenza; ma anche la direzione della cultura femminile, dei nuovi canoni che vogliono imporci, della libertà che abbiamo guadagnato e di cui nessuno può privarci sminuendola.
La mia mente ora è un fitto bosco primaverile, avrei almeno tre idee da sviluppare, riflessioni filosofiche annesse. Anche colpa sua, felice colpa, che attende di correggere le nozze ed eventualmente redigere assieme.
E tutto questo al costo di un orzo piccolo.
Grazie professoressa Bianca Maria Sarlo, onorata.









