venerdì 23 agosto 2019

DI MIO PUGNO

 Mi piace giocare con le parole
Mi piace inventare storie
Mi piace rincorrere le filastrocche

 Quelle che seguono sono mie invenzioni, a voi l'onere di leggere e criticare, spulciare e bocciare oppure condividere, saltare o snobbare.

 Ho scritto e condiviso sulla mia pagina di lettura social, cui potete dare uno sguardo, intanto vi ringrazio per l'aiuto offertomi.

 Dedicate alla Faggeta del Monte Cimino e al Paese delle Fiabe, Sant'Angelo di Roccalvecce

C'era una volta...
Una dolce principessa, molto amata da tutti i suoi sudditi, vestiva sempre di verde e oro, i suoi colori preferiti; mangiava, anzi divorava gelato e, soprattutto, ogni giorno si allenava per dare la caccia ai draghi.
Non che nel suo regno vivessero tanti draghi, anzi a dire la verità, non se ne vedevano mai in giro, ma la principessina aveva ascoltato così tante storie su questi esseri meravigliosi che si era convinta di voler passare alla Storia come la prima guerriera cacciatrice di draghi.
Allora si allenava dall'alba al tramonto, in sella al suo bianco destriero, in agone, sulla barca nel laghetto del parco di palazzo, sui tetti, ma soprattutto nel bosco incantato.
Tra faggi secolari e rocce vulcaniche, la principessa si preparava a incontrare testa a testa il suo più acerrimo nemico.
Nel bosco di faggi, in verità, vivevano sì i draghi ma non si lasciavano certo vedere dagli umani: per riuscire a sopravvivere avevano escogitato e raffinato nel tempo un metodo infallibile che li aveva preservati: di giorno rimanevano fermi immobili come sassi tracheitici, come enormi massi ricoperti di morbido muschio verde, mentre di notte riprendevano vita.
Rimanevano pietrificati alla luce del sole, al canto degli uccelli, al volo delle farfalle, mentre allo scendere delle tenebre, al calar del sole riprendevano a respirare, a muoversi, ad allargare le loro grandi ali.
Nessuno li ha mai scorti, ma tutti sanno che esistono: quando passeggi nel bosco incantato stai attento, guardati intorno, osserva i tronchi nodosi, accarezza le rocce, là dove potrebbe nascondersi un meraviglioso drago.
E la principessa?
La principessa è cresciuta senza riuscire a scorgere un essere fantastico, ma la sua tenacia e la sua fantasia sono state tramandate ai suoi figli, attraverso il respiro dei faggi.




C'era una volta, la favola inventata con i miei figli in un pomeriggio d'agosto durante il pranzo in faggeta...

C'era una volta un piccolo villaggio di capanne situato ai piedi di una grande e spoglia montagna. I bambini di quel villaggio potevano giocare fuori solo nelle ore di buio, quando il sole tramontava dietro alla montagna, per il troppo caldo.
I raggi del sole prosciugavano infatti le sorgenti, bruciavano le stoppie, infiammavano gli attrezzi rendendo di fatto impossibile la vita agli abitanti.
Non era sempre stato così: un tempo la vita era splendida. festosa e gioiosa immersi nella natura, circondati dal verde e dissetati dalle fonti, ma la perfida Strega Cimina invidiosa di quei sorrisi infantili, delle risate dei grandi, della concordia che regnava nelle famiglie aveva deciso di bruciare tutto.
Aveva allora reso sterile il terreno, interrompendo la crescita della vita della montagna con la sua potente magia nera: tutto era diventato secco, brullo, arido; grandi e piccini erano disperati, tutti soffrivano e per non morire d'arsura erano costretti a vivere dal tramonto all'alba.
un giorno al villaggio capitò un vecchio mendicante, vestito di stracci, in cerca di cibo buono e acqua fresca. Busso con il suo bastone di faggio alla porticina di una casa:aprirono due bambini, Tina e Dedo, che lo fecero entrare ed accomodare offrendogli quel poco che era in dispensa. I due piccoli vivevano soli e spiegarono al vecchio la situazione, raccontandogli la leggenda che si tramandava al villaggio.
Il vecchio ascoltò in silenzio e solo alla fine, guardando le guance dei bimbi rigate dalle lacrime, si tolse il logoro mantello e mostrò il suo vero aspetto: era Tatos, il grande Mago buono che volle ricompensare la generosità dei due fratellini e aiutare gli abitanti infelici, da troppo tempo vittime del sortilegio.
Fece roteare sulla loro testa il bastone di faggio, da cui si sprigionò una forte luce e dalla sua sacca prese dieci fagioli magici che scagliò con forza sulla montagna spoglia.
Si addensarono le nuvole sulla cima del monte, cadde una leggera pioggia che bagnò il terreno e fece crescere immediatamente tanti alberi e fiori: il potente Tatos era riuscito ad annullare il sortilegio della terribile Strega Cimina.
Tutti gli abitanti del villaggio tornarono a ridere e a vivere con gioia nella speranza di un nuovo futuro.

C'era una volta il piccolo Alberto
Un bambino incolore dal cuore deserto
Aveva un giorno l'amore perduto
Quando nelle favole non aveva più creduto.
Sì l'amore per la parola, la corsa e il gioco
Perché preferiva star scostato anche di poco.
La sua famiglia invece di protestare
L'aveva lasciato per ore giocare.
Con il computer, lo schermo e la tastiera
Perdendo i contatti con la vita vera
Niente sorrisi, profumi e colori
Solo aggressioni, agguati e dolori.
Sangue, salti, scontri a tutti i livelli
Non fanno certo bene ai cervelli
Che invece chiedono sole, terra e vento
Per crescere sani e d'umore contento.
Intervenne allora la maestra Manola
Di quelle che credono nella parola
Nei disegni, nelle storie e nelle illustrazioni
Nei giochi, nei salti e nelle immedesimazioni.
A questi bambini serve il contatto
Con il cigno, Capitan Uncino e il Cappellaio matto
Vedo un coccodrillo, Alice delle meraviglie
Vedo gli gnomi che richiamano famiglie.
C'è un magico Paese che ha i muri decorati
Passando di lì gli adulti bambini sono tornati.
Si ritrova la fantasia, si coltiva il buon umore
Si gioca per strada, si cerca l'amore.
Amore per i sorrisi, per le favole e la vita
Perché la gioia dei bambini sia sempre infinita.



2 commenti:

  1. Belle! Dai mettiamo su un bel libro di favole, con delle illustrazioni di amici dalla matita felice!🙃😉

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