È una riflessione quella che vi propongo che parte da un messaggio di una collega, arrivato durante uno scambio di considerazioni, visioni globali e parziali, sezionamenti di passaggio e discorsi sopra i massimi sistemi dell'universo, come sempre naturalmente.
Quando ti lasci andare con le "confessioni", quando il flusso di coscienza riguarda un po' tutto quello che gira intorno alla stanza, quando cerchi solo la comprensione e l'appoggio di chi condivide con te una certa quotidianità, non ti aspetti una risposta secca netta e "negativa", giusto?
Siamo comunque sottoposti a giudizio sempre? E dobbiamo ascoltarlo questo giudizio, lasciarlo scivolare o impregnarci dello sguardo altrui?
La libertà di lamentarci è sottoposta dunque all'impressione che poi suscitiamo nel nostro interlocutore? Oppure meglio rimanere bilanciati sul piatto, non esporsi troppo, non mostrare il fianco del nostro punto debole?
Se poi ti lamenti non basta, cos'hai fatto per migliorarti? Vero, non puoi pretendere che gli altri ascoltino le tue elucubrazioni e poi rimangano in silenzio o accettino come inanimati i tuoi discorsi. Quella è tua madre, forse.
Ecco, e se avessi solo bisogno di comprensione silenziosa? Senza poi un processo, senza attendere una contromossa? O al limite, un incoraggiamento ad affrontare la situazione, a rimboccarti le maniche, a valutare che per quanto sia una situazione triste avresti le forze e le capacità per superare ogni ostacolo.
Leggere un giudizio etico, un'etichetta che comprende il perpetuo divenire è un po' sentirsi ingabbiata, prendere coscienza di come gli altri ti percepiscono, senza essertene mai resa effettivamente conto.
Una batosta.


















